Galleria d'arte

Il Maestro Livio Orazio Valentini

 

Entrando nella hall dell'hotel si può subito ammirare la preziosa collezione di pitture e sculture di arte contemporanea del più celebre artista orvietano di questo secolo, Livio Orazio Valentini.

Pittore, scultore, ceramista, per anni docente di disegno dal vero all'Istituto Statale d'Arte di Orvieto, Livio Orazio Valentini nacque a San Venanzo nel 1920 ma da sempre è stato legato ad Orvieto, dove ha vissuto e lavorato per la maggior parte della sua vita, e dove si è spento il 23 luglio del 2008.

A vent'anni e per cinque lunghi anni conobbe la dura esperienza della guerra e della prigionia nel campo di concentramento tedesco di Buchenwald, esperienza che lo segnò in maniera indelebile alimentando dalla metà degli anni Quaranta, la sua espressività artistica e il forte legame con la vita. All'inizio degli anni Cinquanta si dedicò anche alla scultura. Esordì a Perugia nel 1951 e venne notato dalla critica e da Gerardo Dottori, il maestro futurista dell'aereopittura con il quale in seguito espose a Roma.

Inizialmente pittore figurativo, subisce l'attrazione dell'Informale che rielabora con stilemi personali ed originali, dando vita a quello che alcuni critici hanno definito "Informale orvietano". Sempre negli anni Sessanta sono da ricordare le esperienze di scultore e ceramista e la costante produzione di arte sacra.

Sensibilissimo ai valori civili e sociali, nelle sue opere trasfonde sollecitudini culturali che si manifestano in opere di grande intensità: il Crocefisso (1962) in legno-ferro-ceramica e il grande dipinto L'Eccidio di Camorena.

Nel 1967 trasferisce il suo studio a Roma, in Via Monti della Farina. Valentini resta nella Capitale un anno.

Dal 1968 al 1970 nascono opere di sapore naturalistico: pitture e sculture in terracotta, disegni e opere grafiche seriali.

A partire dal 1970 l'arte di Valentini prende a tema il violento rapporto violento tra uomo e natura. Dalla riflessione sull'esercizio della "hybris" umana sull'ambiente e gli animali comincia il lungo "Ciclo degli Uccelli". La pittura è ancora velatamente informale e carica di grandi espressioni drammaturgiche.

Sempre nel 1970, cosciente che una città dall'enorme tradizione artistica quale è Orvieto non può non disporre di un luogo formativo adeguato alla sua prestigiosa storia, contribuisce alla fondazione dell'Istituto d'Arte.

Nel 1971 partecipa ai seminari e interventi di ricerca presso l'Università di Parma sui significati dell'espressione, curati da Pietro M.Toesca: questa è l'occasione per un confronto serrato con intellettuali e scrittori grazie al quale Valentini conquista uno spazio e una visibilità di grande prestigio.

Nel 1975 si reca in Portogallo.

Sino al 1977 il passato artistico non era riuscito a produrre sull'artista alcuna fascinazione tale da indurre mutamenti profondi negli stili e nelle concezioni estetiche. Eppure, con la realizzazione delle "Dieci iconologie del Duomo di Orvieto" si inaugura un dialogo con la storia quanto mai fecondo. Valentini "spicca", letteralmente, "smonta" e ridisegna linee di sculture e di brani di sculture della facciata del Duomo.
Nel 1979 si reca a Berlino. L'esperienza del "Muro" eccita la sua sensibilità e il suo sdegno. Ritorna in Italia e pubblica una monografia: "Un muro, l'eccidio degli uccelli". E' un'opera di denuncia nella quale, assieme alle opere, sono contenute immagini terribili del presente e del passato. Completano il tutto scritti di Lipa e Serge Goldstein, Michele Greco, Gerardo Ortese, Angelo Rossi, G.Cavazzini, E.Cantillo, F.Masini, D.Micacchi, e P.M.Toesca.

Nel 1982 Valentini si reca negli Stati Uniti su invito del Professor Alan Grahan dell'Università di Atens (Georgia). Il confronto con le estetiche americane sembra risentire la grande opera pubblica realizzata sempre alla fine del 1982 in piazza Cahen a Orvieto, il monumento al 3° Reggimento Granatieri.

Nel 1985 viaggia in Nigeria dove le forti sensazioni africane ampliano le prospettive espressive di un artista ormai pienamente maturo.
Sempre nel 1985 Valentini si riavvicina al passato: avvia un'intesa osservazione degli affreschi del Signorelli nel Duomo di Orvieto. La tecnica è quella già sperimentata nel 1977: "spiccare" le figure per riportarle in terra. L'idea si trasforma in opera: prima nascono le 6 litografie e poi, l'anno successivo, il grande ciclo pittorico sul "Finimondo di Signorelli", esposto tra il marzo e il maggio del 1986 nel Chiostro di S.Giovanni a Orvieto, come apertura delle celebrazioni per il VII Centenario della Cattedrale.

Nel 1988 realizza uno stand alla "Cibus" per la Barilla. Nel 1989, visitando la Sala Elephas presso il Forte Spagnolo de L'Aquila incontra lo scheletro di un enorme esemplare animale dell'inizio Quaternario. L'incontro gli provoca un'emozione fortissima e inizia così il ciclo "Fuga nel Quaternario": paesaggi cosmici di grandi dimensioni, storie di creazioni, trofei simbolici in terracotta, sculture in legno e ferro.

Nel 1997 soggiorna ad Aiken e qui e presenta la mostra "Odissea" a lui dedicata all'Università del South Carolina. Nel 1999 viene invitato, dalla stessa Università statunitense, a tenere seminari sull'arte contemporanea italiana e un laboratorio didattico.

Nel 2001 è a Charleston, con la mostra Alter ego, in occasione del Piccolo Spoleto Festival, e nel 2003 ancora ad Aiken per ricevere la laurea "honoris causa" in Belle Arti e per presiedere alla inaugurazione della grande opera Galassia, realizzata su commissione dell'Università stessa. Una sua opera monumentale si trova presso lo stesso ateneo.


Il 9 giugno 2004 viene inaugurata la grande struttura simbolica realizzata dall'artista e collocata a Orvieto Scalo, al centro della rotonda d'ingresso alla città, la cosiddetta "Opera ceramica" dedicata ad Orvieto, la "Città Unita". L'opera sintetizza "l'impegno e la capacità creativa per conservare e costruire" che, all'indomani delle opere di bonifica e consolidamento della Rupe, ha concluso un ciclo significativo della storia recente della Città di Orvieto. Anni di lavoro e di confronto sui temi del consolidamento e del recupero ambientale e strutturale: indagini, esami, lettura storica che , attraverso l'opera di Livio Orazio Valentini, vengono portate all'attenzione di chi distrattamente passa sotto al grande monumento naturale che è la Rupe di Orvieto. Un "segno", dunque, l'opera realizzata da Valentini, per ricordare nel presente e nel futuro un'esperienza significativa che ha impegnato la città tra il Novecento e l'inizio del nuovo millennio.

Il profondo rapporto tra Livio Orazio Valentini e Orvieto si è manifestato nel vissuto quotidiano, nei legami con gli amici, gli artigiani e la gente, nelle conversazioni che hanno animato le sue botteghe d'arte, nella passione comunicativa con la quale si è accostato ai suoi numerosi studenti del Liceo d'Arte, sta nelle opere che in questa città ha realizzato in un lungo periodo di vita artistica, nella capacità di rappresentare la sua Orvieto dove ha lasciato segni emblematici, nel suo entusiasmo di aprirsi al confronto, nel suo impegno di uomo e di artista teso a raccontare la guerra per educare alla pace.

"Il mio legame con Orvieto - diceva - è particolare. Dopo un intenso periodo trascorso a Roma a contatto con grandi Maestri del Novecento, De Chirico, Guttuso ed altri, sono tornato ad Orvieto perché Orvieto è una città formativa, perché i monumenti, le opere d'arte sono a quattro passi da ciascun cittadino, perché quando cammini il monumento è personalizzato per ciascuno. Ai giovani dico che 'Orvieto ti forma' perché in questa città c'è l'arte universale, non nelle piccole cose ma nella caratterialità dell'arte". 

 

 

 

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